Home > Primo piano > Con gli occhi di un bambino

Con gli occhi di un bambino

16 Marzo 2008

Era una signora sulla sessantina, grassottella di circa 130 chili, e che indossava sempre un vestito intero a piccoli fiori, era la mia vicina di pianerottolo. Sì piazzava tutti giorni, dalla mattina alla sera, alla finestra del pianerottolo, sembrava il marinaio che sta sul pennone più alto di una nave pirata in cerca, all’orizzonte, di qualche imbarcazione da abbordare, non gli sfuggiva niente, sapeva tutto di tutti. Era proprio una vera ficcanaso. In quel periodo, le porte degli appartamenti erano quasi sempre tenuti aperti, oppure si tenevano le chiavi nella serratura in attesa che qualche parente venisse a trovarci, non c’era la fobia che qualcuno entrasse per fare del male, nessuno entrava a delinquere come ai giorni d’oggi, ci si conosceva tutti. Non c’era giorno che non ti apparisse all’improvviso. Proprio una ficcanaso. Forse ai giorni nostri verrebbe chiamata spia. Una spia familiare. Mentre eri a tavola a mangiare, mentre guardavi la televisione, o mentre si discuteva dei propri problemi finanziari lei appariva. Addirittura avevi paura che ti entrasse anche nel bagno mentre dolcemente stavi sommerso nella vasca. Era proprio un incubo. Ma i tempi erano diversi, le persone erano più genuine e più permissive ed era normale che ciò accadesse, e poi a dire il vero, i miei genitori l’avevano abituata così, e lei sistematicamente appariva come un fantasma in casa nostra con le scuse più allucinanti.

<< Hai del sale? Hai dello zucchero? Hai del pane? >> cose del genere.

Che se ne faceva poi dello zucchero alle undici di notte, questo non l’avevo mai capito.

Sapeva a che ora entravamo in casa, sapeva a che ora uscivamo, sapeva i turni di mio padre, sapeva chi sarebbe venuto a trovarci, insomma sapeva tutto. Una mattina, ricordo che sentii rantolare dietro alla porta di casa, mi avvicinai e aprì, era lei. Tremava, barcollava ed i suoi occhi erano sbarrati con lo sguardo di chi ha paura, dalla bocca un filo di bava trasparente le cadeva sul suo vestito a fiori, il suo volto era bianco, bianchissimo e respirava a fatica a bocca aperta, faticava a camminare, era quasi immobile. Lentamente entrò in casa ed io non sapevo che dirle, anche perché era insopportabile doverle sempre rendere conto di quello che facevo, ma quella volta non disse niente, proprio niente. Non capivo cosa volesse. Vedevo che cercava di parlare, ma non riusciva, tremava e basta. Mia madre dalla cucina la vide e le si avvicinò di corsa allarmata.

<< Chiama l’ambulanza! >> mi disse, ma io neanche sapevo che numero avesse e tentennai.

Pochi secondi dopo e la vidi crollare a terra creando una specie di terremoto. Qualche anno dopo mi spiegarono che era morta d’infarto. Fu la prima volta che vidi la morte di una persona davanti ai miei occhi. Davanti agli occhi di un bambino di sette anni. Quel bambino ero io.

 

 

I commenti sono chiusi.