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…Vita

4 Maggio 2008

 

Era fermo immobile sulla terra dura e arida, tutto sporco e attraversato da mille intemperie.

Era solo e nessuno si era accorto di lui.
Respirava a stento, il sole bruciava la sua pelle ormai scolorita dall’avvicinarsi della morte, una pelle ormai senza vita che sembrava plastica, una plastica giallastra.

Per non essere inghiottito dal buio atroce dell’angoscia, ogni giorno fissava quel dolce cielo azzurro, ascoltava il dolce canto degli uccelli, respirava quel dolce profumo che emanavano i fiori dell’albero d’arancio che riposava a pochi metri da lui, e tutto questo solo per trasmettersi quei piccoli momenti di serenità. Quei profumi gli ricordava i momenti gioiosi e spensierati di quando giocava nei campi di granoturco, gli ricordava la libertà, ma appena il suo sguardo cadeva su quei chilometri di ferro, ecco che il terrore riappariva sui suoi occhi, catapultandolo nella dura realtà.

Purtroppo non riusciva a muoversi, non poteva…i suoi muscoli erano immobili e duri, indolenziti per la troppa inattività, erano atrofizzati dalla lunga attesa e lui troppo provato.
Anche l’odore dolciastro dell’albero d’arancio stava svanendo, non sentiva più nulla, anche la terra non profumava, sembrava finta, sembrava di cartone.
Ogni giorno vedeva il sole sollevarsi, regalare la sua calda luce e andarsene nel silenzio a dormire, lasciandolo solo nel freddo dell’oscurità, lasciandolo solo con la speranza.
Era caduto dal treno in corsa e non sapeva come fosse stato possibile, erano trascorsi ora mai venti giorni. Ogni tanto riusciva a bere grazie alle piogge torrenziali che cadevano di tanto in tanto con violenza, usando quelle poche foglie che trovava accanto come recipiente, ma bastava solo a non farlo morire. La sua bocca era sigillata, la voce si era esaurita ai primi giorni dell’accaduto, quando chiedeva aiuto, quando implorava al cielo che qualcuno si accorgesse di lui.
Eppure qualcuno sapeva della disgrazia, infatti, non era solo in quel viaggio, c’erano altri come lui e sopratutto, era insieme a un suo grandissimo amico, entrambi giovani ed allegri, nati nello stesso paese, nessuno avrebbe mai immaginato ad una fine così tragica, proprio nessuno.
Ricordava bene che al momento della caduta dal vagone, il suo amico urlava in lacrime e a squarciagola che sarebbe tornato a prenderlo, che non l’avrebbe mai lasciato per nessuna ragione, che non l’avrebbe mai abbandonato e che non l’avrebbe lasciato morire, ma non lo vide…non lo vide mai più. Quanti pianti fece, quanta speranza di rincontrarlo…di essere salvato, quanti treni vedeva passare ogni giorno su quella strada di acciaio, quante illusioni, com’era possibile che nessuno lo vedesse dai finestrini. Il tempo passò inesorabilmente e nessuno si accorse mai di lui.

L’arancio smise di deliziarlo con i suoi profumi, il cielo azzurro scomparve lentamente ed il sole smise di scaldare la sua pelle, mentre il tempo, con i sui temporali, smosse la terra fino a coprirlo completamente facendolo scomparire…sembrava che la natura avesse avuto pietà di lui e che gli avesse voluto concedere una degna sepoltura, coprendolo con un mantello regale e onorandolo come un cavaliere vinto in battaglia sotto un cielo stellato.
Passarono altri giorni e di lui non si seppe più nulla.
In una giornata calda di fine agosto nel punto esatto dove perì, una spiga di grano, giovane, alta e dorata e colma di chicchi, fiera guardava il nuovo orizzonte.
Con la sua morte…aveva portato la vita.

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